Di cosa parla davvero questo referendum?
Il 22 e 23 marzo gli italiani sono stati chiamati a confermare o respingere la riforma costituzionale sulla giustizia, già approvata dal Parlamento e sottoposta a referendum confermativo ex art. 138 Costituzione.
In estrema sintesi, la riforma prevedeva tre pilastri principali:
- Separazione delle carriere, giudici e pubblici ministeri non potranno più passare da una funzione all’altra nel corso della carriera; si cristallizza una distinzione strutturale tra chi giudica e chi accusa.
- Doppio CSM, vengono istituiti due Consigli superiori della magistratura, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, con meccanismi di sorteggio per una parte dei componenti.
- Alta Corte disciplinare, nasce un organo ad hoc per giudicare le responsabilità disciplinari dei magistrati, separato dal CSM.
Tradotto per il cittadino, si decide se rendere più netta la distinzione tra chi ti accusa e chi ti giudica, e se spostare il baricentro del controllo disciplinare su un organo diverso dall’attuale CSM. Il “Sì” conferma questa architettura, il “No” la respinge e mantiene l’assetto vigente.
La singolarità della “chiamata al popolo” da parte della magistratura
Qui sta il primo paradosso politico‑istituzionale: una parte significativa della magistratura, tramite associazioni e dichiarazioni pubbliche, invita oggi il popolo a “difendere l’indipendenza della giurisdizione” votando contro la riforma.
È singolare perché lo stesso popolo, per decenni, è stato spesso trattato come soggetto passivo di decisioni giudiziarie lente, contraddittorie, talvolta devastanti, e quasi mai accompagnate da un’autocritica sistemica. Quando si trattava di:
- processi infiniti, prescrizioni, archiviazioni tardive;
- custodie cautelari poi rivelatesi infondate;
- errori giudiziari clamorosi;
la voce della magistratura associata è stata, nella migliore delle ipotesi, flebile.
Oggi, invece, la stessa istituzione che ha difeso con forza la propria autoreferenzialità chiede al cittadino di diventare improvvisamente protagonista, ma solo per salvare l’assetto interno della corporazione.
I numeri della Malagiustizia: non casi isolati, ma fenomeno strutturale
Parlare di “malagiustizia” non è uno slogan, esistono numeri, relazioni ufficiali, statistiche.
Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Errore Giudiziario e delle Camere Penali, basate su dati ministeriali, negli ultimi decenni decine di migliaia di persone sono state coinvolte in errori giudiziari, tra ingiuste detenzioni e condanne poi ribaltate.
- Circa 30.000 persone coinvolte in errori giudiziari negli ultimi 31 anni, secondo le stime più accreditate, una media di quasi 1.000 innocenti l’anno tra carcere e arresti domiciliari, poi riconosciuti tali.
- Ogni anno lo Stato paga milioni di euro in indennizzi per ingiuste detenzioni, a fronte di vite spezzate che nessun risarcimento può davvero riparare.
Questi numeri non esauriscono il fenomeno, fotografano solo la punta dell’iceberg, cioè i casi in cui l’errore è stato riconosciuto e indennizzato. Dietro ci sono migliaia di procedimenti prescritti, archiviati, o chiusi senza che il cittadino abbia mai avuto una vera giustizia.
Eppure, su questo fronte, la magistratura non ha mai chiesto un referendum popolare per riformare se stessa, per introdurre responsabilità effettive, per ridurre tempi e abusi della custodia cautelare. Il popolo è stato spettatore, non interlocutore.
Il silenzio durante la pandemia: diritti compressi, giurisdizione timida
Durante la pandemia da COVID‑19, l’Italia ha conosciuto una stagione di decreti‑legge, DPCM, ordinanze regionali e comunali che hanno inciso profondamente su libertà fondamentali: circolazione, lavoro, istruzione, culto, autodeterminazione sanitaria.
- Obblighi vaccinali per specifiche categorie, green pass per lavorare, limitazioni alla mobilità, chiusure forzate di attività economiche, misure che hanno sollevato dubbi di compatibilità con la Costituzione e con le convenzioni internazionali sui diritti umani.
- Alcuni giudici hanno annullato singoli provvedimenti o sanzioni, altri li hanno confermati; la giurisprudenza è stata frammentata, spesso tardiva, raramente coraggiosa nel mettere in discussione l’impianto complessivo delle restrizioni.
Non si tratta di negare la gravità sanitaria della pandemia, anche se oggi nuove rivelazioni ne mettono in discussione tutto l’impianto, ma di constatare un dato: la magistratura, come corpo, non ha assunto una posizione forte e unitaria a tutela dei diritti fondamentali compressi in modo eccezionale e prolungato.
Quando il cittadino veniva multato per aver passeggiato da solo, sospeso dal lavoro per scelte sanitarie personali, escluso dalla vita sociale per mancanza di un QR code, non c’è stata alcuna mobilitazione istituzionale paragonabile a quella che oggi si registra per difendere l’assetto interno delle carriere e del CSM.
Il messaggio implicito è chiaro: i diritti del cittadino possono essere negoziabili; l’assetto di potere della magistratura e del governo no.
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